Costellazioni familiari in musicoterapia: dare forma al mondo interno attraverso il suono
Nel 2018 scrissi un saggio su questo argomento, che poi è stato riportato parzialmente sulla rivista "Arté - Quaderni Italiani delle Artiterapie" - Lo riporto qui in sintesi, contattami per riceverlo in versione integrale.
Ci sono esperienze in musicoterapia nelle quali gli strumenti musicali smettono, per un momento, di essere soltanto strumenti da suonare e diventano qualcosa di diverso: possono rappresentare una persona, un legame, una presenza, un'assenza. Possono entrare in relazione tra loro nello spazio e, attraverso il suono, dare forma a qualcosa che appartiene al mondo interno della persona.
Da questa intuizione nasce il lavoro sulle costellazioni familiari in musicoterapia, una modalità esperienziale che ho sviluppato negli anni a partire dalla mia formazione psicodinamica e dalle esperienze maturate in ambito clinico, didattico e teatrale.
È importante chiarire fin dall'inizio che l'utilizzo che ne propongo si discosta profondamente dalla teoria delle costellazioni familiari sistemiche di Bert Hellinger. Non si fa riferimento all'idea di un campo energetico capace di agire sul sistema familiare, né si pretende di modificare a distanza le relazioni reali della persona o di produrre una sorta di “verità” sulla sua famiglia. Il termine costellazione viene qui utilizzato soprattutto per indicare la possibilità di mettere nello spazio e nel suono una rappresentazione interna dei propri legami, creando le condizioni per poterla osservare da un punto di vista differente.
Quando una relazione diventa uno strumento
La famiglia è uno dei primi luoghi nei quali impariamo a stare in relazione. Prima ancora delle parole, facciamo esperienza della presenza e dell'assenza, della vicinanza e della distanza, dell'attesa, della risposta, della protezione e del conflitto.
Le relazioni che viviamo non rimangono soltanto nella memoria degli avvenimenti: vengono progressivamente interiorizzate e diventano parte del nostro modo di percepire noi stessi e gli altri. Nella prospettiva delle relazioni oggettuali, ciò che viene interiorizzato non è soltanto una persona, ma anche la relazione con quella persona.
Una costellazione musicale parte proprio da qui: dalla possibilità di rendere temporaneamente visibile e udibile qualcosa che normalmente rimane interno.
Gli strumenti possono assumere allora un valore rappresentativo. Non sono più soltanto una chitarra, un pianoforte, un tamburo o un metallofono: diventano, nell'esperienza della persona, qualcuno o qualcosa con cui essa mantiene un legame. La loro distanza, la loro vicinanza, le loro caratteristiche sonore e il modo in cui vengono suonati possono diventare elementi di una rappresentazione simbolica.
Non esiste però un significato universale di uno strumento. Una chitarra non rappresenta necessariamente una madre, così come un tamburo non rappresenta necessariamente una persona aggressiva. È la persona a costruire il proprio significato, spesso attraverso associazioni immediate e non completamente razionali.
Ed è proprio questa dimensione a rendere interessante l'esperienza.
Dalla parola al suono
Una delle possibilità più preziose offerte dalla musica è quella di poter esprimere qualcosa senza doverlo necessariamente spiegare.
Quando chiediamo a una persona di raccontare una relazione familiare, entriamo immediatamente nel territorio della parola, della memoria, dell'interpretazione e della consapevolezza. Attraverso il suono possiamo invece avvicinarci a una dimensione differente.
Un familiare può essere percepito come vicino o lontano, ingombrante o fragile, presente o quasi impercettibile... Queste qualità possono trovare una forma musicale prima ancora di essere trasformate in un discorso.
Il suono diventa così una sorta di linguaggio intermedio: sufficientemente concreto da poter essere ascoltato dall'esterno, ma sufficientemente aperto da non dover essere tradotto immediatamente in un significato univoco.
Questo passaggio è particolarmente importante nell'ottica psicodinamica. Non è importante soltanto ciò che la persona dice di una relazione, ma anche soprattutto come quella relazione prende forma nell'esperienza musicale: un ritmo può diventare insistente, una melodia può rimanere isolata, due strumenti possono cercarsi oppure non incontrarsi mai. Un suono può occupare tutto lo spazio mentre un altro può faticare a emergere. Non sono “prove” di qualcosa, né devono essere interpretati automaticamente: sono materiali che possono essere ascoltati, osservati e, eventualmente, messi in relazione con ciò che la persona vive.
Guardare da fuori ciò che abbiamo dentro
Forse uno degli elementi più interessanti dell'esperienza è proprio la possibilità di assumere una posizione di osservatore: quando una rappresentazione interna viene portata nello spazio, la persona può guardarla da fuori. Non sta più soltanto dentro una relazione: per un momento può osservarne la configurazione. Questo crea una particolare forma di distanza, che può essere preziosa soprattutto quando alcuni contenuti sono difficili da affrontare direttamente.
La costellazione non offre quindi necessariamente una soluzione. Offre piuttosto uno scorcio. Una fotografia temporanea del modo in cui, in quel momento, una persona sente e rappresenta i propri legami. Ed è proprio perché non pretende di essere definitiva che può aprire alla possibilità del cambiamento. La configurazione può essere osservata, ascoltata e successivamente trasformata. Un elemento può avvicinarsi, allontanarsi, cambiare il proprio modo di suonare. La persona può immaginare una diversa disposizione, una diversa qualità della relazione, un modo differente di stare dentro quella stessa rete di legami.
Non significa che la famiglia reale sia cambiata. È cambiata, per un momento, la possibilità di rappresentarla. E questa possibilità può avere un valore importante nel percorso terapeutico: poter immaginare una configurazione diversa significa introdurre, anche solo simbolicamente, l'idea che ciò che appare immutabile possa essere osservato da un altro punto di vista.
Il valore del non giudizio
Un altro elemento che considero centrale credo sia il non giudizio che arriva da un'esperienza di questo tipo: non esiste una disposizione “giusta” degli strumenti. Non esiste un modo corretto di suonare una madre, un padre, un fratello o sé stessi. Questo può permettere alla persona di sottrarsi, almeno temporaneamente, alla necessità di fare bene, spiegare bene o dare una risposta corretta.
La dimensione simbolica e, in alcuni contesti, anche quella ludica possono rendere possibile un'esperienza sorprendentemente leggera. Questo vale soprattutto con i bambini, per i quali il gioco può diventare una forma naturale di esplorazione del proprio mondo interno. La leggerezza non significa superficialità. Al contrario, può essere proprio ciò che permette di avvicinarsi a contenuti complessi senza affrontarli immediatamente attraverso il peso della spiegazione.
Dalla clinica alla scuola, fino al teatro
Nel lavoro clinico (in alcuni ambiti specifici in cui la simbolizzazione è presente nel partecipante), la costellazione musicale può diventare uno spazio nel quale alcuni aspetti della storia familiare possono emergere, essere osservati e successivamente ripresi all'interno del percorso terapeutico.
In ambito educativo, lo stesso principio può assumere una funzione differente. In un gruppo classe, per esempio, l'esperienza simbolica può creare una particolare qualità di ascolto di sé e dell'altro, riducendo temporaneamente il peso del giudizio e permettendo di incontrare temi relazionali attraverso il gioco e la creatività.
Anche nel lavoro teatrale ho trovato una sorprendente continuità con questo modo di pensare. L'attore porta inevitabilmente qualcosa di sé nel personaggio, ma non coincide con esso. Tra la propria esperienza e quella del personaggio si apre uno spazio creativo.
È in questo spazio che la musica può inserirsi.
Lavorando con gli attori negli anni mi è capitato a volte che alcuni elementi emersi durante le improvvisazioni possano diventare materiale vivo utile per la composizione: un ritmo, un timbro, una melodia, una qualità sonora possono progressivamente legarsi a un personaggio o a una relazione scenica e diventare per es. un leitmotiv ben preciso.
La musica non si limita allora a commentare ciò che accade sulla scena. Può diventare un interlocutore vivo, capace di ascoltare il corpo e la voce dell'attore, di restituirne alcune qualità e di trasformarle in materia musicale.
Una costellazione non è una risposta
Nel corso degli anni, ciò che più mi ha interessato di questa esperienza non è stata la possibilità di “interpretare” una famiglia attraverso gli strumenti. È stata piuttosto la possibilità di creare uno spazio nel quale qualcosa possa prendere forma senza essere immediatamente spiegato.
La musica permette di stare per un momento dentro questa zona intermedia: tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo nominare, tra la realtà e la rappresentazione, tra il corpo e la parola. Gli strumenti diventano presenze simboliche, lo spazio diventa una superficie sulla quale disporre le relazioni e l'improvvisazione permette a queste relazioni di entrare in movimento.
Per questo considero le costellazioni familiari musicali non come una tecnica capace di rivelare una verità nascosta, ma come un dispositivo esperienziale attraverso il quale osservare e ascoltare, da una certa distanza, alcune rappresentazioni del proprio mondo interno.
Ciò che emerge non è necessariamente una spiegazione. A volte è soltanto un'immagine. A volte un suono. A volte una relazione che, per qualche minuto, possiamo finalmente ascoltare da fuori. E forse è proprio da questa possibilità di guardare diversamente ciò che portiamo dentro che può iniziare una trasformazione.
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