Musicoterapia e Disabilità: il Corpo Sonoro nelle Stereotipie
Una rielaborazione del mio intervento presentato in occasione del Festival MelòsMente 2024
Quando parliamo di musicoterapia nell’ambito della disabilità, soprattutto nelle forme più gravi in cui il linguaggio verbale può essere assente o fortemente compromesso, siamo spesso costretti a spostare il nostro modo abituale di intendere la comunicazione.
La persona che abbiamo davanti può non raccontarci ciò che prova attraverso le parole, può non poter spiegare un'emozione, una tensione o un bisogno. Eppure il suo corpo continua a parlare. Si muove, si irrigidisce, oscilla, vocalizza, produce suoni, ripete gesti e ritmi. Esiste, insomma, una dimensione corporea e sonora che precede il linguaggio e che può diventare il luogo stesso dell'incontro.
È da questa prospettiva che nasce la riflessione sul corpo sonoro: un corpo che non è semplicemente qualcosa da osservare o da correggere, ma che può diventare, nella relazione musicoterapeutica, un vero e proprio strumento di comunicazione.
Prima delle parole c'è una relazione
Per comprendere questa prospettiva possiamo tornare a una fase molto precoce dello sviluppo umano.
Nei primi mesi di vita, la relazione tra il bambino e il caregiver è costituita da una sorta di danza preverbale. Prima ancora che esista un linguaggio strutturato, esistono ritmi, intensità, pause, accelerazioni, rallentamenti, tensioni e distensioni. Il bambino si muove e vocalizza, l'adulto risponde; il bambino modifica il proprio comportamento e l'adulto si riadatta nuovamente.
Daniel Stern ha descritto queste qualità dinamiche attraverso il concetto di forme vitali: il modo in cui un'esperienza prende forma attraverso il movimento, il ritmo, l'intensità e la tensione. In questa prospettiva, la relazione non è inizialmente costruita attraverso contenuti verbali, ma attraverso una continua regolazione reciproca.
È ciò che Stern definisce anche sintonizzazione affettiva: il caregiver non si limita a imitare ciò che il bambino fa, ma ne coglie la qualità dinamica e vi risponde, costruendo una sorta di linguaggio condiviso fatto di corpo, voce, ritmo e intensità.
In questa dimensione originaria, dunque, il suono non deve necessariamente significare qualcosa per poter avere un effetto relazionale.
Un vocalizzo può essere semplicemente un vocalizzo. Un movimento può essere semplicemente un movimento. Eppure l'altro può accoglierlo, rispondervi e trasformarlo in qualcosa che appartiene alla relazione.
È una prospettiva particolarmente importante quando lavoriamo con persone che non possono affidarsi al linguaggio verbale per costruire questo tipo di scambio.
Il suono prima del significato
Anche la prospettiva psicoanalitica lacaniana permette di avvicinarsi a questa dimensione originaria del suono.
Lacan utilizza il termine lalangue per indicare una dimensione della lingua che precede il suo organizzarsi pienamente come linguaggio e significazione: una dimensione fatta di suoni, risonanze, frammenti vocali, effetti sul corpo.
Prima ancora che una parola venga compresa per ciò che significa, la voce dell'altro può essere qualcosa che arriva al corpo, che lo attraversa e lo modifica.
Il grido del bambino, inizialmente privo di un significato condiviso, viene accolto dal caregiver e trasformato in una domanda, in un appello. L'adulto interpreta quel grido, gli attribuisce un senso e vi risponde.
È proprio in questo passaggio che possiamo intravedere qualcosa di fondamentale per il lavoro musicoterapeutico: un suono apparentemente privo di significato può diventare significativo perché qualcuno lo ascolta e vi risponde.
Non è necessariamente il suono, da solo, a possedere un significato. È la relazione che può costruire la possibilità di attribuirgliene uno.
Quando il corpo diventa il principale luogo di espressione
Questa dimensione dello sviluppo affettivo non scompare quando il linguaggio non arriva, oppure quando le possibilità simboliche della persona rimangono fortemente compromesse.
Anche nella disabilità intellettiva grave possiamo incontrare persone il cui corpo rappresenta il principale canale attraverso cui entrare in relazione.
Un cambiamento del tono muscolare, una vocalizzazione, un movimento, un'accelerazione del respiro, un gesto ripetuto possono accompagnare l'arrivo di una persona significativa, una situazione piacevole, uno stato di eccitazione o una condizione di disagio.
Il problema, dal punto di vista clinico, è che siamo spesso portati a cercare immediatamente una traduzione di questi comportamenti in termini di bisogno o di sintomo.
Ha fame? Ha dolore? È agitato? Vuole qualcosa?
Sono naturalmente domande necessarie. Ma possono non essere sufficienti.
Possiamo provare ad aggiungerne un'altra:
che cosa sta accadendo, proprio in questo momento, tra il suo corpo e il mio?
È qui che il corpo può smettere di essere soltanto qualcosa da gestire e diventare qualcosa da ascoltare.
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| A. Burri, (1962) Rosso Plastica (particolare) |
La stereotipia: un corpo che ritorna
È all'interno di questa prospettiva che possiamo avvicinarci alle stereotipie.
Movimenti ripetitivi, oscillazioni, gesti, vocalizzazioni o sequenze motorie possono assumere forme molto diverse e avere funzioni differenti a seconda della persona e della situazione clinica. Non esiste quindi una lettura unica della stereotipia.
Nel lavoro con alcune persone con disabilità intellettiva grave, tuttavia, può capitare di incontrare manifestazioni corporee che sembrano ripetersi senza apparentemente rivolgersi a qualcuno.
Il corpo sembra rimanere chiuso nella propria ripetizione.
Un movimento ritorna. Una vocalizzazione ritorna. Un ritmo ritorna.
E proprio qui può nascere una domanda per il musicoterapeuta: è possibile entrare in relazione con questa ripetizione senza limitarci a interromperla?
Non significa necessariamente considerare ogni stereotipia come comunicazione intenzionale. Significa piuttosto essere disponibili a osservare ciò che accade quando quella manifestazione viene incontrata da un altro corpo.
Dal corpo isolato al corpo sonoro
È in questo passaggio che la musicoterapia può offrire una possibilità particolare.
L'improvvisazione clinica permette al terapeuta di accogliere ciò che proviene dal paziente e di inserirlo progressivamente all'interno di una forma musicale.
Un movimento può diventare ritmo.
Una vocalizzazione può diventare materiale melodico.
Un'oscillazione può trovare una pulsazione.
Un gesto ripetitivo può essere accompagnato, sottolineato, rallentato o trasformato attraverso il suono.
Il corpo del paziente diventa così, in senso metaforico e concreto, uno strumento musicale.
Non perché dobbiamo trasformare ogni comportamento in musica a tutti i costi, ma perché possiamo cercare di incontrare la persona proprio attraverso il linguaggio che in quel momento le è maggiormente accessibile.
La marcatura sonora del movimento
Nel mio lavoro utilizzo a questo proposito il concetto di marcatura sonora del movimento.
Il terapeuta osserva una manifestazione corporea e ne coglie alcune caratteristiche: il ritmo, la durata, l'intensità, la velocità, le pause, la qualità del movimento.
Successivamente può restituirne alcune di queste caratteristiche attraverso il suono.
Se una persona muove ritmicamente una mano, per esempio, il terapeuta può accompagnare quel ritmo con una percussione. Se una vocalizzazione presenta una particolare altezza o andamento, può essere ripresa dalla voce o dallo strumento. Se il movimento accelera, anche la risposta musicale può seguirne temporaneamente l'accelerazione.
Si crea così una sorta di ponte tra il movimento del corpo e il suono dell'altro.
Il terapeuta, in questo processo, non è semplicemente colui che "accompagna" il paziente. Deve continuamente avvicinarsi e allontanarsi, seguire e proporre, rispecchiare e trasformare.
Per questo mi piace pensare al mio ruolo come a quello di un elastico all'interno dell'intersoggettività: un elastico che può tendersi per ampliare lo spazio dell'incontro, ma che deve anche poter tornare indietro, senza trascinare l'altra persona oltre ciò che può sostenere.
Dare forma senza cancellare
Questo aspetto è particolarmente importante.
L'obiettivo del lavoro non è necessariamente eliminare la stereotipia.
Una prospettiva esclusivamente correttiva rischia infatti di vedere il movimento soltanto come qualcosa che disturba, qualcosa che deve essere ridotto perché impedisce alla persona di comportarsi secondo modalità considerate più adeguate.
In musicoterapia possiamo invece provare, almeno inizialmente, a fare qualcosa di diverso: riconoscere quel movimento come parte della persona e costruire intorno ad esso una possibilità di relazione.
La stereotipia può allora diventare il punto di partenza, anziché il problema da cui partire per correggere il comportamento.
Attraverso il suono, quella ripetizione può essere marcata, modulata, contenuta, amplificata o trasformata. E nel momento in cui il paziente può percepire che qualcosa del proprio movimento viene incontrato e restituito dall'altro, può emergere una prima esperienza di reciprocità.
Non si tratta quindi di attribuire artificialmente un significato a ogni gesto.
Si tratta di creare le condizioni perché un gesto possa entrare in relazione.
Dalla ripetizione all'incontro
Questa prospettiva ci riporta alla domanda più ampia che attraversa il lavoro musicoterapeutico.
Come possiamo facilitare, anche in una persona con gravi compromissioni cognitive e comunicative, l'accesso a quella dimensione primitiva della relazione nella quale corpo, ritmo, voce e suono costituiscono già una forma di incontro?
La musicoterapia può offrire uno spazio nel quale non è necessario possedere un linguaggio verbale per poter partecipare a una relazione.
Il paziente produce un suono.
Il terapeuta lo ascolta.
Il terapeuta risponde.
Il paziente può modificare il proprio comportamento.
Il terapeuta si modifica a sua volta.
E, progressivamente, ciò che prima apparteneva soltanto al corpo di una persona può diventare qualcosa che appartiene a entrambi.
È forse questo uno degli aspetti più preziosi dell'improvvisazione clinica: non dover necessariamente partire da un significato già esistente, ma poterlo costruire insieme.
Il corpo che esiste nella relazione
Lavorare con persone con disabilità grave significa anche confrontarsi quotidianamente con corpi che spesso vengono osservati prevalentemente attraverso ciò che non possono fare.
Non parla.
Non cammina.
Non comprende.
Non controlla il movimento.
Non riesce a stare fermo.
Non riesce a utilizzare lo strumento nel modo previsto.
La prospettiva del corpo sonoro permette di cambiare, almeno per un momento, la domanda.
Non soltanto:
"Che cosa non riesce a fare?"
ma:
"Che cosa sta facendo questo corpo, proprio adesso, e posso incontrarlo lì?"
Anche il movimento più piccolo può diventare allora degno di attenzione.
Anche una vocalizzazione apparentemente insignificante può diventare l'inizio di uno scambio.
Anche una ripetizione può trovare una forma.
E forse è proprio qui che la musicoterapia incontra una delle sue funzioni più profonde: non necessariamente risolvere, correggere o eliminare, ma rendere possibile un incontro là dove sembrava non esserci un linguaggio condiviso.
Il corpo suona.
Il terapeuta ascolta.
E nell'ascolto può aprirsi uno spazio nel quale quel corpo, finalmente, non è più solo.
È già dentro una relazione.

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